Mercoledì, Dicembre 19, 2018

Ex quartieri malfamati trasformati in poli d'avanguardia, locali hip dove ascoltare jazz e buon reggae. Jozi va veloce (e senza paura), guarda oltre il passato e promette: è ora di lasciarsi andare e vivere con pienezza l'energia del Sudafrica.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 31-32 di Vanity Fair in edicola fino al 15 agosto

Russell, che è biondo come un vichingo e indossa una maglia azzurra visibile da chilometri, dice solo così: Don’t be afraid, non abbiate paura. Siate consci di ciò che vi accade intorno, insiste, ma lasciatevi andare. Tuffarsi tra le strade di Johannesburg somiglia a uscire per primi da un bunker antiatomico, dopo anni d’isolamento e notizie frammentarie. Non senti più gli spari ma in fondo non ci credi, perché ti hanno ripetuto fino allo sfinimento che potrebbe costarti caro.

E invece no: Jozi o Joburg, come la chiamano qui, è una città. Uno di quei rari luoghi dove la storia è ancora vicina ma il dolore non ha strappato il sorriso a nessuno. L’apartheid è una parola che non si ha paura di pronunciare e la criminalità un fatto endemico ma percentualmente basso, rispetto a zone considerate sicure come la favoleggiata Cape Town. «Il pericolo più incombente? Le buche sui marciapiedi», sdrammatizza Gerald, che organizza tour nel Central Business District (Cbd), dove fino a dieci anni fa le auto non si fermavano ai semafori per paura degli assalti.

I grattacieli del centro sono divenuti la casa di una nuova borghesia, 150 mila persone che hanno comprato a prezzi calmierati gli 85 mila appartamenti messi a nuovo. E a velocità impressionante sono nati i mercati metropolitani, come a Milano e a Londra, con ristorantinicaffè e artigiani: 1Fox, vicino allo studio legale Mandela & Thabo di cui ancora si vede l’insegna verde. E soprattutto 44 Stanley, fondato dal cameraman della Bbc Brian Green, che sta progettando una nuova inaugurazione nella zona pionieristica di Victoria Yards. Persino la carenza di mezzi pubblici è stata compensata da un’energia spontanea e interiore, e tremila autisti Uber (scaricare l’app è fondamentale) muovono i joburgers da un quartiere all’altro, dalle ville blindate di Rosebank e Houghton (il 44 per cento dei milionari sudafricani vive a Jozi) ai quartieri trendy di Braamfontein e Melville.

E non è un caso che Alitalia abbia da poco inaugurato un nuovo volo diretto da Roma«Sono quattromila gli italiani che viaggiano verso il Sudafrica ogni settimana», spiega Nicola Bonacchi, vice president Leisure Sales della compagnia. Non solo uomini e donne di business, ma anche nuovi turisti: «Soprattutto viaggi di nozze: si godono due giorni in città, visitano i parchi nazionali e poi partono per Mauritius».

Per chi resta, la promessa è di un salto a capitombolo in una metropoli stratificata, fondata nel 1886 perché vicina alle miniere che per un secolo hanno donato al pianeta l’80 per cento dell’oro prodotto. Dove si può cenare a base di pinot noir locale (al ristorante View, al 67 di Jan Smuts Ave, chiedere dell’etichetta Storm) e, magari, accompagnato al filetto d’impala servito da Marble (19 Keyes Avenue). O visitare in bicicletta la township di Soweto, simbolo della segregazione razziale dove hanno vissuto Steve BikoNelson Mandela e la moglie Winnie (sowetobackpackers.com).

Un’esperienza «turistica», vero, ma anche cruda e necessaria, condotta da rispettose e riconosciute guide locali. Si pedala tra le baracche scavalcando montagne di spazzatura, che la municipalità tarda vergognosamente a raccogliere, mentre i bimbi a fiumi tornano da scuola con le loro camicie inamidate, che qualche mamma guerriera ha lavato e stirato fuori dalle baracche. Per venire a sapere che «Qui non c’era solo la segregazione razziale, ma anche sessuale», racconta Patrick, «in questa zona vivevano diecimila minatori: le donne non potevano entrare, e i figli venivano portati via ai genitori». Per decidere il destino dei coloureds, i bambini di sangue misto, la polizia conduceva con glacialità il test della matita: se cadeva dai capelli ricci, allora erano classificati «coloureds bianchi» e segregati in un quartiere specifico. Se ci rimaneva impigliata erano «coloureds neri» e spediti altrove, succedeva anche tra fratelli. Fino al 1991, anno in cui lo scempio è terminato.

Ora che tutto è ancora vivo nei ricordi ma per fortuna alle spalle, si può sentire il jazz suonato dai migliori solisti africani, al Marabi Club (47 Sivewright Ave) oppure sulla collina di Westcliff, grazie alle serate Art on the Hill organizzate dall’Hotel Four Seasons. E subito dopo, ballare reggae da Rockey Street’s House of Tandoor (26 Rockey St), dove si fuma marijuana senza il rischio della polizia, che in giro per Johannesburg non si vede quasi per nulla. «È una città fatta di connessioni», dice David Barillot, espatriato francese e direttore marketing di Four Seasons, che passerà il weekend nella sterminata tenuta di campagna di un amico che possiede giraffe, scimmie e dodici leoni, «bisogna circondarsi di persone che amano uscire dalla comfort zone, ed esplorare».

Senza perdersi istituzioni come Liliesleaf (7 George Ave), museo dedicato al processo intentato contro Mandela. Oppure la casa museo di Gandhi(Satyagraha House, 15 Pine Road), che nel 1908, esercitando da qui la professione d’avvocato, per la prima volta teorizzò la resistenza non violenta raccogliendo tremila immigrati indiani in un teatro di Fox street. Ed è proprio da Fox street, nel quartiere un tempo off limits di Maboneng, che Russell il vichingo dice cosìNon abbiate paura. Lui, per esempio, al n. 286 ci ha aperto un cinema indipendente, The Bioscope, con 62 poltrone ricavate da vecchi sedili di Volkswagen Polo.

«Questo quartiere ha il meglio delle città sudafricane: un po’ Durban e un po’ Cape Town, è una città nella città», dice Phindy Dube, splendida ventenne appena uscita dal talent show Idols, mentre pranza sulla terrazza di Love Revo, localino al n. 299 col pergolato coperto da ombrellini. Due parallele più in là le strade sono disseminate di lattine d’alluminio, raccolte e caricate sui camion per essere riciclate. Ed è un tale scintillare d’argento che nell’aria sembra quasi esserci una polvere, una rifrazione disperata. «Mi ero perduto, ora sto cercando di ricominciare», dice Jimmy, con gli incisivi consumati dal crack, mentre vende braccialetti di cuoio per strada. Jozi t’assomiglia tanto, fratello. Vedrai che avanti così, ce la farete entrambi.